inquieto.

leccherò i miei gomiti quando la tempesta sarà finita. leccherò le tue ferite aperte e grondanti nel bruciore della mia saliva. il livore delle carni svanirà insieme al puzzo di marcio. sarai tu a guardare la mia vittoria, a sentire la mia voce. ti parlerò senza sosta, ti mostrerò senza vista. ti darò tutto, perché vorrò tutto. il mostro insaziabile ha fame. il mostro senza bocca ha sete.
la notte aspetta sempre a venire. il carro delle stelle è portato da cavalli pigri e indolenti. il sole sembra voler morire in un tramonto eterno di luci e abbagli. le nubi si colorano e si illuminano. la notte non arriva, la notte è lontana. come posso vivere se continuo a vedere le foglie verdi su quell’albero? come posso vivere se il mondo intorno vede le mie vene? la notte è il freddo più pungente. la notte è sulla pelle, non negli occhi, non nel buio.
mi faccio spazio in cerca di rumori dove regna la quiete più profonda. come formiche, il lavorio è nell’apparente calma. (le nubi sono basse, ti voglion soffocare, son vicine, le senti?, riesci a toccarle, avvicinati ancora un poco, solo un poco, un poco di più, non cadere, attento, non andare, attento, aspetta, attento, non..)
da quaggiù il grigio si muove rapido sullo schermo azzurro. il bianco inquieto si rigonfia su se stesso in estatiche voluttà, in forme sempre nuove. da quaggiù nulla separa il verde dei tuoi capelli dai miei.

senza volontà senza sapere quando sarà la luna nuova

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