cracher nos souhaits.

cadenzata la pioggia scivola via sulle tue braccia, la senti dentro te, credi di colar via anche tu in piccole gocce che dal tuo indice, dal tuo pollice saltano verso il nulla di cemento e asfalto che è lo scopo loro ultimo. tu sei solo un ostacolo, una perdita di tempo per quel piccolo grumo d’acqua e smog che non teme la caduta libera. miserabile nel tuo annaspare corri per le strade buie dalle mille luci della città morente, dove il declino non procede dalle antiche rovine ingiallite quanto dal nuovo caleidoscopio di vetro e acciaio. le facce scure e anonime che ti circondano, i corpi morti che continuano a camminare, le insegne luminose di una decadenza vecchia anni ormai sembrano crollarti addosso. non un sorriso in queste giornate in cui non vale la pena alzare lo sguardo. 
ti ricordi che esisto, mi chiami, -prendiamo un caffè- mi dici. cerchi di unire le nostre miserie, speri di non essere lasciato in pasto a te stesso. io non rispondo, gelido nel terrore che m’attanaglia in quest’ottobre che non sembra più finire. le giornate dilatate a pensare un modo per fuggirne, un modo per accorciarle e riempirle finalmente con la gioia. sai che il mio limite è la felicità, sai che il mio limite è la perfezione – e non sto dicendo che le due cose coincidano. 
ti specchi nella pozzanghera di fango e schifo che hai appena calpestato, abbozzi un sorriso ripensando a quando eri bambino e ci saltavi dentro – cretino. un tempo, quand’ero innocente -e lo sono stato anch’io, proprio come te- non mi fermavo a scrivere: rincorrevo le farfalle ed ero felice.

pas possible de compter sur soi.

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