satellite.

non ho mai insistito nel vedere quel che non volevi mostrarmi, ho sempre pensato che la verità fosse indissolubilmente legata con la volontà: la mia di sapere, la tua di ripulirti la coscienza con uno straccio sporco e ormai logoro. nelle mie paranoie quotidiane cerco di rimanere a galla nonostante non sappia nuotare. i mulinelli li ho evitati quando ho potuto, ma la spinta idrostatica non tiene conto del fattore panico. ancora una volta, archimede s’è sbagliato.

leggere di te mi fa sorridere. rivedo me,  come un corrermi dietro che inciampa in se stesso. geniale a tratti, spesso banale, sempre cifrato. un moto lento e imperscrutabile che salta i passaggi, un procedere serrato nella logica, imprevedibile nella meta. 

il passato non m’appartiene se non in parte, temo quello che non è mio e cerco di difendermi come posso, sbaglio e me ne rendo conto. immobilizzato, non posso scappare: aspetto quello che sarà, sperando non sia già stato.

il momento esatto in cui la tua lingua scende lungo il mio collo è la sola cosa che ora voglio avere davanti.

«una canzone del passato / invade il presente»

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