dear god please help me.

se mi hai parlato piano, l’hai fatto per non svegliarmi.

c’è una piazza nel centro della città che non t’ho ancora mai fatto vedere. è una piazza normale, anonima in tutto e per tutto. riesco a distinguerla solo per la statua che si riposa tra i due platani che l’adombrano. è una di quelle statue di bronzo tardo-impero, copia di chissà quale originale in marmo. dai suoi capelli sembrano colare gli sguardi di chi l’ha fissata, colano dalle sue mani i raggi dei soli che l’hanno riscaldata, il verderame segna le rughe che il tempo ha faticato ad incidere, la gamba -ne è rimasta una sola- sembra sostenere il peso del mondo intero, di millenni passati a restar ferma.

è la statua di una vecchia che guarda il suo riflesso nella ciotola che tiene in mano, narciso d’altre estetiche. i gatti si strusciano contro il suo unico piede, le fanno le fusa e se ne vanno. meno clementi sono i piccioni, che comunque sembrano riserbarle un certo rispetto. la prima volta che la vidi avevo sette anni e tutta la vita davanti. mi impaurirono gli occhi incavati e le labbra secche, le mani ossute e un abbozzo di orecchio che sembrava uscire dai suoi capelli, il sole le illuminava il naso secco e lungo. deve avermi colpito l’assenza di armonia, o qualcosa di simile. non vi ritornai per anni e fu solo per caso che passai di lì mano nella mano con quello che chiamavo il mio primo amore.

avevo già seppellito nella memoria l’immagine della vecchia che, piccolo, per notti m’aveva inseguito nei sogni. rivedendola, dapprima sobbalzai, poi feci finta di niente, poi stetti a fissarla: il piede coperto di calcare -perché nessuno la pulisce?-, la ciotola opaca, la curva delle dita, le sopracciglia increspate, la tua ombra nascosta e già presente.

«will you follow and know / know me more than you do / track me down / and try to win me?»

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