sogno n. 3

Il ferro nero si trasforma in rosso ruggine e quel rosso si incendia e intorno alle fiamme vedo le faville volare e librarsi nell’aria, le vedo turbinare e quando toccano terra trasformarsi in germogli, in steli, in fiori che non fanno in tempo a sbocciare che già appassiscono e si sgretolano e diventano polvere e fumo – polvere e fumo come questa stanza da quando sei andato via, questa stanza che ora non è altro che fumo e polvere e vestiti accatastati in un angolo come legna per la pira dove sei legato, dove fumi la sigaretta che getterai a farti bruciare – o Giovanna d’Arco! – ed io con la mia corazza, io con la mia armatura di scaglie, di maglie e di pelle, la mia armatura di plastica bruciata, d’oro, diamanti e perle di pioggia – io che attraverso la folla che ti sta intorno per vederti bruciare, io che quella folla la combatto, la distruggo, la anniento per raggiungere il tuo corpo illuminato dalle fiamme, il tuo corpo ancora intonso e perfetto, io che ti libero dall’abbraccio del fuoco, ti slego dalle assi, ti taglio i capelli, ti bacio e ti abbraccio – tu mi guardi fisso negli occhi, io ti guardo fisso negli occhi; il movimento è impercettibile e tu sei già sui corpi a dissetare la tua sete, a placare la tua fame – vedo i tuoi denti d’avorio splendere sulle pelli che si illividiscono della mattanza che poc’anzi era stata, vedo i miei che si aggiungono ai tuoi – che lauto banchetto! –  ti alzi e la fame s’è placata, la sete è sparita e hai sangue sul volto, ti pulisco e torni innocente e immacolato come eri, sorridi e i tuoi denti brillano ancora d’avorio, ti bacio e s’apre la terra sotto di noi e ascendiamo, voliamo, planiamo, volteggiamo come due faville che tornano ad ardere sopra il braciere, che si estingue in ruggine, che si sgretola e lascia intravedere il nero del ferro che mille spade ha forgiato, che mille spade forgerà, dove è inciso il tuo nome, scavato in quella roccia che è il mio braccio mentre ti stringe nelle notti insonni e senza luna.

Annunci

About this entry